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Dossier | L'oro verde di Puglia | Sommario
La strada: ricordi, suggestioni, ma soprattutto percorsi. Tutta la vita dell’uomo è legata alla strada dai primi solchi tracciati dai nostri progenitori alle grandi vie di comunicazione del sistema dei trasporti moderni. O, più semplicemente, strade di amene passeggiate, sempre più rare.
Una volta, infatti, si percorrevano a piedi: era faticoso, specialmente quando, per andare da Roma a Brindisi (540 chilometri circa), erano necessari 13-14 giorni di viaggio, anche se Catone il Vecchio ne impiegò appena 5, alla media straordinaria di 120-130 chilometri al giorno: un record per l’epoca. Ma la fatica era ripagata, come avviene in ogni grande sforzo, dalla soddisfazione del raggiungimento della meta, ma soprattutto dalla vista del paesaggio, che permetteva di scoprire una natura ancora incontaminata, che ispirava poeti e scrittori.
Orazio va a piedi a Brindisi e racconta il suo viaggio descrivendo il percorso della via Appia nella V satira, soffermandosi su vari episodi: ogni 7 o 9 miglia (10-13 km), nei tratti più frequentati, oppure ogni 10 o 12 miglia (14-17 km), in quelli meno importanti, c’erano le stazioni di posta (mutationes), dove i messi che trasportavano la corrispondenza giornaliera (cursus publicus) usufruivano del cambio del cavallo; questo consentiva di mantenere costante la velocità di viaggio; ogni 25-30 miglia (cioè circa 40-45 km, distanza percorribile a piedi in un giorno) c’erano dei grandi alberghi di tappa (mansiones) dove i messaggeri, i funzionari e chi ne aveva il permesso potevano fermarsi a dormire.
A Roma sorgeva anche la Colonna Miliaria (Miliarium aureum) che indicava il punto di partenza ideale delle grandi strade «consolari» e sulla quale, con lettere di bronzo dorate, erano segnate le distanze dalla stessa capitale alle principali città dell’impero (il sistema viario raggiungeva la favolosa dimensione di 100 mila chilometri di strade, costruite su piani precisi e nei minimi particolari, per renderle efficienti e durare nei secoli, tant’è che sono arrivate fino a noi).
La Puglia delle «pietre», dai «basoli» della via Appia a quelle bianche dei muretti a secco, dalle «chianche» care alle nostre nonne ai trulli, ritrova il fascino di quei percorsi e della sua storia con le «strade dell’olio»: alternative alle grandi direttrici di traffico, ricche di sorprese storiche ed enogastronomiche, tra antichi monumenti e vecchi casali per riscoprire come radici millenarie della cultura contadina possano coniugarsi, magnificamente, con innovazioni tecnologiche per un prodotto sempre di qualità.
E così l’antico «frantoio d’Italia», protagonista dell’olivicoltura italiana - con 60 milioni di piante, 360 mila ettari, 1.200 frantoi dai quali si ricava il 40% circa dell’intero prodotto nazionale, in media 2 milioni e 500 mila quintali annui: la sola produzione pugliese costituisce il 15% di quella mondiale - si mette in mostra con i suoi percorsi, lungo i quali è possibile visitare campi, masserie, frantoi, storici e tradizionali, ristoranti e bellezze naturali legati alla nostra economia e al nostro patrimonio culturale.
di Felice De Sanctis
Insomma, un’offerta agro-turistica integrata che ha, come obiettivo, la promozione del territorio, ma soprattutto dell’olivo, alimento simbolico, che, nel corso dei secoli, si è caricato anche di una valenza mistica e che riporta alla mente straordinari percorsi mitologici, a partire da Athena che percosse la terra con una lancia per far apparire un olivo, strabiliando Giove con il «dono più utile all’umanità». Una pianta forte, dunque, capace di vivere a lungo e di produrre frutti gustosi e saporiti, dai quali gli uomini potevano estrarre un liquido ideale per condire il cibo, dar forza all’organismo, lenire le ferite e anche rischiarare la notte.
E non nacquero, forse, sotto una pianta del nostro albero caratteristico, Apollo e Artemide, altri due abitanti del mitico Olimpo?
Storia e leggenda si intrecciano magicamente e legano insieme popoli e tradizioni in una cultura di pace: non è forse il ramoscello di olivo, che la colomba recò a Noè alla fine del diluvio, il simbolo di pace? Non nacque forse il primo olivo, secondo la tradizione ebraica, da un seme caduto dal paradiso terrestre sulla tomba di Adamo in cima al monte Tabor? L’olivo fu sempre oggetto di venerazione a cominciare dagli Ateniesi: il primo olivo greco fu dono della «fanciulla divina» Pallade che lo piantò sull’acropoli. L’olivo, da allora, è stato anche simbolo di castità, tanto che nel XVI secolo si credeva che l’albero, per dare molti frutti e diventare fertile, dovesse essere piantato e coltivato da persone vergini. E anche la tradizione cristiana l’ha introdotto nella propria simbologia religiosa. Ecco perché le strade dell’olio extravergine di oliva Dop dalla barese «Terra di Ulivi» all’andriese «Castel del Monte» caro a Federico II, dal «Dauno» di Foggia che si richiama al leggendario re figlio di Licaone, fino a scendere alle «Colline di Brindisi», alla «Terra d’Otranto» di Lecce e Taranto con la loro esperienza olivicola millenaria, greca e romana, oggi costituiscono una straordinaria occasione di rivivere la storia partendo dalle sponde dell’Adriatico, addentrandosi in un suggestivo viaggio nell’entroterra selvaggio dell’Alta Murgia dei Trulli e delle Grotte, fino a ritornare al mare sulle coste dello Jonio. Un viaggio ideale per conoscere o ritornare a gustare quei sapori autentici sempre più rari della nostra gastronomia, ma anche per rituffarsi nella storia tra dolmen e menhir, tra i simboli della civiltà rupestre con le masserie fortificate, le laure basiliane, gli jazzi, i trulli, ma anche i palazzi patrizi dell’Ottocento e aggirarsi fra le vestigia elleniche e romane per finire, estasiati, davanti alle cattedrali, alle architetture sveve, normanne, angioine nei castelli magici di Puglia.
Ma resta l’olio, «cibo degli dei», il vero protagonista di questo viaggio, l’elemento unificante della cultura del territorio con la sua presenza costante, con il suo aspetto contorto nella sua sofferenza secolare, ma fermo nelle sue robuste radici: eterno e muto testimone della nostra storia.
Ma soprattutto immagine della vita, come ricorda superbamente nei suoi versi Padre David Maria Turoldo: «Olivo, albero essenziale, dall’ombra lieve come / una carezza; e pure ossuto, e nodoso, e carico / di ferite, uguale alla vita: immagine / di ciò che più amiamo!».
Tante varietà per il «cibo degli dei»
Terra di Bari - È la pianta tipica dell’intera area, ma per riassumere l’importanza dell’olivo nella provincia barese, basta dire che la sua coltura risale al neolitico (5000 a.C.). Nel Medioevo quest’olio era molto richiesto dai mercanti veneziani, che l’esportavano in tutto il continente, e ancora oggi rappresenta un patrimonio per la storia, la tradizione culturale e commerciale della zona. La Dop è accompagnata dalle seguenti menzioni geografiche aggiuntive: «Castel del Monte» (varietà: Coratina, min. 80%; colore: verde con riflessi gialli; profumo: fruttato intenso; sapore: fruttato con sensazione media di amaro e piccante); «Bitonto» (da sole o congiunte, Cima di Bitonto o Ogliarola Barese, min. 80%; colore: verde-giallo; profumo: fruttato medio; sapore: fruttato con sensazione di erbe fresche e sentore leggero di amaro e piccante); «Murgia dei Trulli e delle Grotte» (varietà: Cima di Mola, min. 50%; colore: giallo oro con riflessi verdi; profumo: fruttato leggero; sapore: fruttato con sensazione di mandorle fresche e leggero sentore di amaro e piccante).

Dauno - La provincia di Foggia era detta Daunia dagli antichi Romani (dal nome d’una popolazione illirica qui stanziatasi), i quali furono i primi ad impiantare l’olivicoltura in queste terre. La Dop è accompagnata obbligatoriamente da una delle seguenti menzioni geografiche: «Alto Tavoliere» (varietà: Peranzana o Provenzale, min. 80%; colore: dal verde al giallo; profumo: di fruttato medio con sensazione di frutta fresca e mandorlato dolce; sapore: fruttato); «Basso Tavoliere» (varietà: Coratina, min. 70%; colore: dal verde al giallo; profumo: fruttato; sapore: fruttato con sensazione leggera di piccante e amaro); «Gargano» (varietà: Ogliarola Garganica, min. 70%; colore: dal verde al giallo; profumo: fruttato medio con sensazione erbacea; sapore: fruttato con retrogusto sensazione mandorlato); «Sub-Appennino» (varietà: Ogliarola, Coratina e Rotondella, da sole o congiunte,
min. 70%; colore: dal verde al giallo; profumo: di fruttato medio con sentori di frutta fresca; sapore: fruttato).

Collina di Brindisi - Nella parte settentrionale della provincia brindisina si realizza quest’olio di eccellente qualità, che raccoglie l’eredità dell’esperienza olivicola millenaria, sviluppatasi qui dal tempo di Greci e Romani. Lo compongono diverse varietà: Ogliarola (l’antichissima Olea Iapygia) min. 70%, Cellina di Nardò, Coratina, Frantoio, Leccino, Picholine e altre, da sole o congiunte, fino al 30%. Colore: dal verde al giallo; profumo: fruttato medio; sapore: fruttato, con leggera percezione di piccante e di amaro.

Terra d’Otranto - Così fu chiamato il Salento nel Medioevo, e l’olio qui prodotto, che prende quel nome, ha una lunghissima tradizione alle spalle: infatti, già 8 mila anni fa i primi abitanti di queste terre coltivavano l’olivo, per non parlare delle copiose produzioni di Messapi e Fenici, Greci e Romani. L’area interessata comprende l’intera provincia di Lecce, e parte di quelle di Taranto e Brindisi; le varietà presenti, da sole o congiunte, sono Cellina di Nardò e Ogliarola (localmente denominata Ogliarola Leccese o Salentina), per un min. del 60%; colore: verde o giallo con riflessi verdi; profumo:
fruttato medio con leggera sensazione di foglia; sapore: fruttato con leggera sensazione di piccante e di amaro.