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Dossier | L'oro verde di Puglia | Sommario
Alla fine della guerra, mio padre cominciò a scavare i banchi di tufo sulla contrada delle Braide, insieme ai fratelli. Vi avrebbero piantato viti e olivi. Tutte le Serre, al mio paese erano popolate di olivi. Ma prima delle piante lassopra dovevano essere nati dei villaggi, perché ogni volta che si metteva mano al piccone venivano fuori tombe e vasellame.
Nell’oliveto c’erano anche dei meli e dei fichi, ma al tempo della raccolta delle olive la stagione della frutta era già passata. Si partiva molto presto la mattina per i campi, le file di muli e di asini scendevano verso le forre della Melfia e poi ci si inerpicava su per le Serre. L’aria era già pungente e i raccoglitori salivano silenziosi, avvolti ancora nel sonno. Io ci andavo raramente, c’era la scuola e non si poteva marinare. Appena sul posto mio padre accendeva un falò e tutti si radunavano attorno per riscaldarsi, ma per poco, giusto il tempo di riposarsi. Poi si cominciava a bacchiare, a raccogliere da terra e dai rami. Era un lavoro duro, da capre. Sotto l’albero, prima che le olive maturassero, mio padre aveva fatto diserbare. Il cerchio pulito di terra si chiamava campana e questo era utile per evitare che le olive si nascondessero nell’erba.
Poi bisognava prenotare al trappeto. Tenersi pronti per il momento della molitura che a volte avveniva anche in piena notte. Mio padre spariva per giorni e notti intere, lo rivedevo su un trattore o su un camioncino tra gli zinchi d’olio, contento per il risultato, il quindici, il venti, il ventidue per cento in litri d’olio a quintale.

di Raffaele Nigro

 

Erano giorni e notti frenetici per il paese, simili soltanto alle notti della vendemmia, della mietitura e della raccolta delle castagne. I tempi della pota erano invece meno festosi. Apparivano sulla fiancata delle Serre i falò. I potatori volavano sulle chiome degli alberi aggredendole con le scale a pioli e poi su di ramo in ramo, come tanti San Giuseppe da Copertino o come la Madonna dell’Incoronata, che i madonnari usano raffigurare nella chioma di una quercia. Una volta, a Montalbano Ionico, ho visto che i rami di olivo potati venivano raccolti dai ragazzi e portati in paese. Si costruivano delle pire immense e sulle pire si collocava un pupazzo. Era per la festa di Carnevale o per la Quaresima, che lì chiamano Quarantana o Quaremma. Le pire venivano poi incendiate e le foglie d’olivo scoppiettavano. Ho pensato che i fuochi di Sant’Antonio Abate probabilmente sono anche per questa ragione concreta, cioè per bruciare le frasche d’olivo. Ma i virgulti e i pulloni servivano anche per altro. Mentre infatti i potatori tagliavano le chiome, mio padre spullonava le ceppaie. Quei virgulti lunghi e ritti servivano ai canestrai, che sfrascavano il fusto e lo usavano per fabbricare ceste e panieri. I virgulti più lunghi venivano invece conservati e usati in estate, quando bisognava seccare fichi e peperoni. Che venivano infatti infilzati nei rami e tutto il virgulto, come un piccolo albero di Natale, veniva appeso alla finestra o sui loggiati, tra le spase di conserva. Che l’olio fosse roba sacra lo si capiva dai piccoli donativi che mia madre e mia nonna facevano alla chiesa di Sant’Antonio. Serviva per la lampada dei santi. E guai poi se si versava qualche goccia, era segno di malaugurio.
Certi anni, quando le olive erano attaccate dai parassiti, l’olio aveva un sapore di rancido. Perlopiù si tentava di salvarlo immergendo dei limoni nello zinco, che, ricordo, conservava in casa un posto importante in cucina, a fianco al sacco della farina. E quando a fine stagione restava una bella posa di sansa, quell’olio spesso o rancido veniva bollito e unito credo alla soda e trasformato in sapone. Dopo la bollitura veniva lasciato rapprendere e tagliato in pezzi. Oppure veniva venduto a un ambulante che passava nei vicoli acquistando sansa a poco prezzo. Negli oliveti si usava però tenere sempre qualche pianta di olive verdi o di rotondelle. Non erano buone per l’olio ma si mettevano in calce o in una mistura di acqua e cenere. Dopo tre quattro giorni di ammollo cominciavano a perdere il loro acrore. Avevamo nel magazzino un vascone nel quale mia madre versava le olive e la cenere. Di tanto in tanto io andavo in magazzino a saggiare il grado di dolcificazione delle olive. E quando erano pronte bisognava preparare la salamoia con semi di finocchio selvatico e mortella e conservare tutto nelle giare di argilla. Ma le più buone restavano le olive pasole, olive nere che si mettevano al sole, a seccare e poi venivano condite con sale, finocchio e bucce d’arancia. Oppure venivano fritte con peperoni e olio. Una squisitezza.
I nostri olivi erano alberi di media grandezza, alti tre quattro metri e fronzuti. Nel 1980, quando per la prima volta attraversai la Puglia del sud Barese in compagnia delle troupes televisive, scoprii degli olivi monumentali. Erano giganti mummificati, o veri e propri mammouth di legno e frasche. Erano creature antropomorfe, trolls, fantasmi nascosti dietro le cortecce. Ogni albero, col suo trono di ceppaie e tronco era una scultura megalitica, possente e spaventosa. Allora capii perché un amico poeta di Valenzano conosciuto negli anni universitari a Bari, Lino Angiuli, aveva scritto un libro di versi dedicato a quella pianta, «La parola, l’ulivo». Egli si diceva figlio dell’ulivo e vedeva, nel passaggio dalla cultura contadina a quella della scolarizzazione di massa la sostituzione dell’inchiostro all’olio. Capii improvvisamente perché un fotoantropologo originario del Montenegro, Angelo Saponara, avesse fotografato gli olivi della Puglia cercando un’anima umana nei loro tronchi e sostenendo che gli olivi sono la reincarnazione dei defunti, sono i corpi dei nostri morti legnificati dal tempo. Capii anche perché un pittore di Bitonto, Enzo Morelli, dipingesse unicamente olivi e perché Domenico Cantatore avesse dedicato a quei tronchi contorti una stagione della sua pittura. L’orto del Getsemani era lì, tra quei tronchi nodosi. A differenza del mio paese dove la raccolta avveniva nelle campane, ma da terra oppure spidocchiando i rami, in Puglia si usavano delle reti. Tutta la campagna veniva rivestita di reti, come un mare di terra nel quale sarebbero dovuti incappare dei pesci aerei. Sulla terra rossa spiccavano le reti bianche o gialle, in una scultura firmata da Christo. Ma che gli olivi dovessero ancora stupirmi non potevo pensarlo. Fu negli anni Novanta, in un viaggio nella Locride, tra Taurianova, San Luca, Seminara, Locri, che ho scoperto oliveti lussureggianti come foreste. Le piante laggiù sono alte anche trenta quaranta metri, sembrano eucalipti, tanto sono svettanti e frondose. Le fiancate delle colline e degli orridi o dei montarozzi si mareggiano di argento. Il sottobosco è perennamente in ombra e non ci sono campane o spazi liberi. Gli oliveti sono vere e proprie foreste dove può accadere di tutto. Foreste che inghiottono i paesi e le strade disagevoli. La Calabria arcaica e antidiluviana sta in quei boschi di olivi giganti qua e là rivestiti delle stesse reti che usano in Puglia.
Poche piante sono comuni all’intera area del Mediterraneo, e nella metafora che le accompagna esse raccontano o simboleggiano sentimenti e condizioni molteplici nel vocabolario dell’uomo. L’unione mistica al cielo attraverso l’unzione dell’olio, la secolarità e dunque l’eternità silenziosa è nel cipresso, la bellezza e la durevolezza all’inimicizia del deserto e dell’aridità nella palma, il furore bacchico, l’edonismo, l’allegria nella vite, la povertà spinosa, il dulcore dissetante nel ficodindia.
C’è poi l’olivastro, nella cui metafora selvatica Consolo legge la ribellione della natura all’uomo, quella parte di irrazionalità tipica della cultura mediterranea e che si sposa tuttavia con la razionalità pragmatica dell’olivo. L’olivo che è l’anima buona e dimessa in questa mitologia arborea della condizione mediterranea. Ma fratelli dell’olivo sono altri arbusti, altre piante che vedrò di chiamare in causa: il cipresso, che delinea la via dei cimiteri nel sud d’Italia, indica un eremo o una masseria nei paesi a nord del Mediterraneo, circonda le piccole chiese a croce greca nei paesi a religione ortodossa, o abbrunisce il panorama ai margini dei paesi, davanti alle case bianche e ai marabutti del mondo islamico.
La matita del cipresso è una pianta mistica. Ma altrettanto mistica per il richiamo ai Vangeli e alla Bibbia e alla vicenda cristologica la offre la palma. Pianta lussureggiante, monumentale, di assoluta scenografia architettonica e paesaggistica. Pianta dell’ombra e della bellezza, fatta per il godimento della vista nelle ville della Spagna, della Grecia e dell’Italia meridionale e per l’ombra in tutto il sud. Pianta eterna, calendario dei secoli e di un esotismo magnetico. Resta la grande macchia mediterranea, fatta di quercioli, di piccole robinie, di acacie nane, di tofe, tuie e piccole conifere. Una cornice silenziosa alle chiome ricce dei pini, batuffoli di aghi e di pigne.
Olivi dal fogliame gentile, quasi nati per omaggio agli dei e meno per essere sfruttati come alberi da frutta ho invece trovato a Katakolon, attorno al Santuario di Olimpia. Le cicale frinivano nell’afa di luglio e i turisti sciamavano sotto i rami delle piante, tra i ruderi degli stadi e dei templi. Alberi radi ma frondosi. Mentre alberi nani e fitti ho visto in Andalusia, piantati con distanze regolari e razionali. Tali che da lontano i campi appaiono come teste pettinate di giovani negre. Mentre radi e ancora abbandonati ad attecchimento spontaneo ho visto in Turchia. Stessa regolarità, nelle terre sabbiose del Maghreb. Qui le campane che si usano dalle mie parti non debbono litigare con l’erbaccia, perché il sole e l’aridità del suolo provvede a ripulire. I contadini non usano teli, ma in gruppi di dieci dodici aggrediscono la pianta, impedendo che il frutto cada al suolo e marcisca. L’olio di quest’area viene poi venduto ai paesi europei per una migliore raffinazione e per l’immissione sul mercato a mille, mille e cinquecento lire il litro. Una cifra irrisoria. In tutti questi pellegrinaggi, di piacere e di lavoro, l’olivo mi ha fatto compagnia. Mi sono sentito a casa e ho avvalorato la definizione del Mediterraneo come civiltà dell’olivo.