Home mostra programma produttori negozio partner press media
Dossier | L'oro verde di Puglia | Sommario
Il territorio, le ragioni del progetto

L’idea progettuale è maturata all’interno di attività didattiche e di ricerca, condotte nei corsi di urbanistica della Facoltà di Ingegneria del Politecnico di Bari, coinvolgendo in primo luogo gli stessi studenti, ma anche ricercatori, esperti nei vari campi disciplinari di interesse per il tema di studio, rappresentanti delle istituzioni e del mondo agricolo-produttivo, associazioni e gente comune.
Il territorio è quello della fascia costiera adriatica pedecollinare, ricoperta da uliveti plurisecolari, compresa tra le province di Bari e Brindisi, che si estende da Monopoli a San Vito dei Normanni, attraversando i territori di Fasano, Ostuni e Carovigno. Lunga circa 40 chilometri e larga 5/7 chilometri, questa fascia contiene interamente i grandi centri urbani di Monopoli e Fasano e il più piccolo abitato di Carovigno, con i centri di Ostuni e San Vito dei Normanni disposti più a margine, pur con ampie propaggini «insediative» che, in entrambi i casi, si spingono all’interno di zone densamente ricoperte da uliveti storici. L’attività edilizia legata alla costruzione di seconde case e di strutture turistico-ricettive si è qui concentrata soprattutto a ridosso della linea di costa, dando luogo ad una configurazione «insediativa» di tipo lineare, con poche soluzioni di continuità lungo l’intero fronte costiero dell’area in esame. Sostanzialmente immune da interventi insediativi diffusi è, invece, la piana olivetata retrostante, dove le maggiori trasformazioni urbanizzative si devono ai grandi agglomerati produttivi di tipo industriale e/o artigianale, presenti in tutti i comuni, e a forme d’ispessimento edilizio lungo le principali arterie stradali, ancora una volta determinate da strutture essenzialmente di tipo produttivo.
di Francesco Selicato
La situazione strutturale e la ridotta dimensione degli impianti di coltivazione, Se la diffusione «insediativa» si è distribuita ai margini della piana olivetata, la nuova minaccia, costituita dalla commercializzazione degli ulivi secolari per trasformarli in elementi simbolici e di arredo delle ville della borghesia settentrionale, rischia di comprometterne irrimediabilmente la struttura agricolo-produttiva e paesaggistico-ambientale. Una minaccia che si è intensificata nel corso degli ultimi tempi e che sta quindi de-strutturando i luoghi, omologando il territorio e provocando una progressiva perdita di identità. Per dirla con Bonomi, è il «vero» che qui diventa «falso» due volte: ad un luogo privato della sua autenticità se ne contrappongono altri, decontestualizzati, dove spesso gli ulivi assumono unicamente funzioni ornamentali. Da queste motivazioni è nata, dunque, l’idea progettuale dell’ istituzione di un parco agrario, nella convinzione che attraverso una tale proposta si possa non solo tutelare, ma anche valorizzare economicamente, questo enorme e irripetibile patrimonio territoriale.
Il contesto storico

L’analisi storica, condotta attraverso lo studio di antichi documenti catastali di tipo descrittivo, pone in evidenza non solo quanto remota e diffusa fosse la presenza di uliveti nel territorio in esame, ma anche quanto significativo, specifico e irripetibile fosse il ruolo che questi luoghi avevano nella cultura contadina, nelle tradizioni, nella volontà generale e nelle leggi non scritte che regolavano i rapporti sociali delle comunità insediate.
Ciò che emerge in maniera evidente da questa analisi è una sostanziale omogeneità distributiva delle piantate olivetate plurisecolari su quasi tutta la piana da Monopoli a San Vito dei Normanni. In questa distribuzione ampie zone, con forte concentrazione di terre olivetate, erano poi separate, le une dalle altre, da aree di «transizione» caratterizzate da un paesaggio agrario e naturale costituito da terre a seminativi con alberi di ulivo dispersi all’interno, a bassa densità di piantumazione, e da piccole zone a pascolo ricoperte dalla macchia mediterranea. L’alternarsi di queste zone - le grandi piantate olivetate, i pascoli e i seminativi - ciascuna con proprie specifiche caratteristiche, sembra rispondere ad un progetto complessivo di organizzazione del territorio agricolo, risultato di un lungo processo di interazione tra attività umane e risorse naturali. Un paesaggio che ancora oggi si conserva sufficientemente integro, soprattutto dove, pressoché nulle sono state le trasformazioni agrarie che, a partire dall’inizio dell’Ottocento, avrebbero consegnato all’agricoltura ampie zone demaniali spesso ricoperte da macchia naturale, non solo del territorio collinare (la Selva), ma anche di quello pianeggiante (la Marina). Particolarmente interessante risulta l’approfondimento della ricerca sui toponimi, in relazione al loro significato, all’estensione e alla densità territoriale con cui essi delimitavano la piana costiera in esame. Attraverso questo approfondimento, si può così ricostruire l’organizzazione della struttura fondiaria del paesaggio agrario risalente a quattro o cinque secoli fa. Toponimi come parco, pezza, chiusura, corpo, difesa, vignale, piantata, largamente in uso nella denominazione dei luoghi, sono infatti, non solo espressione diretta della presenza dominante delle colture olivetate, ma consentono anche, con la loro distribuzione territoriale, di comprendere quale fosse l’assetto agrario produttivo dell’intera zona. Il parco era un appezzamento piuttosto esteso, aperto o recintato, prevalentemente destinato alla semina o al pascolo e spesso con presenza di macchia naturale al suo interno; gli ulivi erano pure presenti nel parco, ma con una bassa densità di piantumazione. La pezza era simile al parco, ma di estensione minore, prevalentemente incolta e adibita al pascolo; al suo interno c’erano alberi di ulivo misti ad altre colture tipiche, come il mandorlo, il carrubo, il fico, la vite, i cui toponimi pure si trovano nella zona, ma con una densità territoriale di gran lunga inferiore rispetto a quella caratterizzante la presenza di uliveti. La chiusura di olive, o di terre ed olive, o ancora di corpi di olive, era una porzione di terra recintata, chiamata anche difesa, e quindi «chiusa», sia perché difesa contro indesiderate incursioni di animali ed armenti, sia perché sottratta al demanio pubblico e agli usi civici, e quindi di esclusiva proprietà privata; essa era solitamente recintata da muretti a secco. Il termine vignale di terre ed olive era usato per individuare un terreno coltivato a vigneto che però, col passare degli anni, era stato divelto e sostituito dall’uliveto. Ma il vero impianto di uliveto era la piantata, diffusamente presente in tutta la piana costiera oggetto di studio, ma con una maggiore densità soprattutto nella marina di Ostuni, dove i parchi e le pezze erano localizzati nella estrema fascia litoranea. Molto elevato era perciò anche il numero dei trappeti, quasi sempre elencati fra i principali beni immobili di proprietà censiti nei catasti onciari, per l’estrema importanza che essi avevano dal punto di vista produttivo. Il sistema insediativo aveva poi i suoi elementi nodali più significativi nelle numerose masserie, esse stesse prevalentemente orientate alla coltura dell’ulivo. La stretta relazione tra la coltura dell’ulivo e la propiziatoria denominazione di intere contrade col nome di Santi è documentata dalle numerose chiese rurali sorte a partire dal X-XII secolo intorno a casali e monasteri e poi, dal XVI al XIX secolo, solitamente nei pressi o all’interno delle masserie. Tutto ciò non significa che le componenti naturalistiche non avessero un ruolo importante nell’area in esame. E infatti numerosi altri toponimi di contrade traggono origine proprio dalla presenza della tipica vegetazione spontanea della macchia mediterranea. Frequentissimi in tutta l’area erano i toponimi composti col termine macchia, mentre il lentisco, il mirto, l’olivastro, ad esempio, davano il nome a contrade come Listingo (listinge è espressione dialettale di lentisco), Mortarelli e Mortella (murtedd è espressione dialettale di mirto), Termite e Termitito (termite è espressione dialettale con cui si conosce l’olivastro). Residue sono, invece, le presenze di vegetazione naturale, che oggi si ritrovano soprattutto nell’estrema fascia della marina e lungo le lame, fino a risalire sulle prime pendici collinari. Qui, al contrario, la macchia spontanea è tuttora diffusamente presente e dominante.

I caratteri ambientali e paesaggistici

L’area di studio costituisce una significativa esemplificazione di un sistema ambientale complesso, stratificatosi come esito del processo storico di interazione fra naturalità e cultura. La costruzione del paesaggio agrario che qui ha prodotto le grandi piantate olivetate, che a loro volta col passare dei secoli hanno assunto carattere di dominanza ambientale, ha dato origine, infatti, a forme di forte compenetrazione tra elementi naturali e fattori di antropizzazione rurale, connotando i luoghi con una propria identità e producendo al tempo stesso nuove forme di complessità territoriale.
Questa complessità è tuttora riconoscibile, nonostante i numerosi processi di omologazione territoriale in atto, nella ricchezza e nell’articolazione delle sue componenti strutturali, rappresentate non solo dal sistema agricolo-produttivo degli impianti ad uliveto, ma anche dal sistema dell’organizzazione «storico-insediativa» delle grotte rupestri, delle masserie, delle torri costiere e delle ville rurali della borghesia sette-ottocentesca, dalla struttura geomorfologica delle lame e dal sistema idrico del sottosuolo ad esse connesso, dagli ecosistemi naturali ancora una volta prevalentemente associati al reticolo delle lame.
La rilevanza delle grandi piantate storiche olivetate è stata già sottolineata nelle precedenti considerazioni. Qui occorre comunque evidenziare che della loro «unicità» si è ormai acquisita consapevolezza «altrove», a giudicare dal commercio delle piante che sta interessando da qualche tempo questo eccezionale patrimonio arboreo e che rappresenta la più seria minaccia alla sua conservazione.
Resiste il sistema «insediativo» delle grotte, delle masserie, delle fortificazioni costiere e delle ville storiche, anche se, il suo riconoscimento come sistema, è «offuscato» dalla presenza di nuovi insediamenti e di importanti arterie di collegamento stradale. In tale contesto, numerosi sono stati gli interventi di recupero e di riuso, e molti ancora sono quelli in atto, che possono costituire efficace punto di riferimento per strategie e progetti di valorizzazione culturale e agrituristica dell’intero territorio, configurando una solida trama su cui tessere più ampie azioni di riqualificazione ambientale.
Resiste il sistema idrogeologico delle lame, nonostante alcune gravi forme di aggressione prodotte dall’urbanizzazione e diffusi processi di appropriazione dell’alveo e/o di fasce contermini per fini agricolo-produttivi, attraverso pratiche di interramento e/o compattazione dei suoli. Partendo dal salto collinare della macchia mediterranea e percorrendo trasversalmente alla linea di costa l’intera piana olivetata, il reticolo idrografico delle lame configura così un vero e proprio sistema di corridoi naturalistici, comprendente tracce dell’antica civiltà rupestre, ricco di varie specie vegetali e faunistiche, che meglio assolverebbe le sue funzioni ecologiche, se solo fosse sottoposto a continui interventi di manutenzione.
A rischio sono, invece, le scarse risorse idriche sotterranee, per la concomitanza di molteplici fattori che vanno da forme di inquinamento connesse all’uso di fertilizzanti chimici per l’agricoltura, a prelievi non autorizzati o comunque eccessivi rispetto alle disponibilità, alla riduzione della piovosità che sta sempre più caratterizzando il regime pluviometrico del meridione, ad usi finalizzati ad attività non agricole.

In questa pluralità di risorse, il carattere di dominanza assunto dagli uliveti storici è quello che maggiormente ha contribuito ad assegnare valenza paesaggistica unitaria all’intero territorio. La straordinaria continuità con cui le piantate storiche ricoprono una zona così ampia si coglie, infatti, con tutta evidenza, non solo osservando la piana dall’alto dei versanti collinari di Monopoli, Fasano e Ostuni (più alti e perciò più panoramici rispetto ai modesti rilievi di Carovigno e San Vito dei Normanni), ma anche percorrendo il fitto reticolo stradale e interpoderale che si snoda fra le maestose chiome di alberi giganteschi.

Se questa intensità boschiva appare oggi un po’ affievolita e pericolosamente minacciata dagli interventi di diradamento in atto, provocati dallo sradicamento finalizzato al commercio delle piante, non altrettanto doveva esserlo in passato, quando anche in tempi remoti, questa compatta ed omogenea distesa di uliveti suscitava meraviglia e stupore in quanti l’attraversavano. Il viaggiatore tedesco Johan Herman von Riedesel, visitando la Puglia nella primavera del 1767, ebbe a scrivere che «da Ostuni a Monopoli si attraversano dei boschi di ulivi», così come, ancor prima, nel Cinquecento, la stessa impressione dovette provare un altro viaggiatore, Leandro Alberti, quando nel 1525, percorrendo la strada che da Monopoli portava verso Ostuni, rimase stupito da un «paesaggio che invero pare cosa molto difficile da credere a quelli che non avranno veduto le selve d’olivi, delle quali sono pieni questi luoghi». Se la densità arborea si è affievolita, la monumentalità di queste piante si è certo accresciuta per il trascorrere del tempo. Il concetto di monumentalità, cui si fa qui riferimento, va ricondotto al valore dei luoghi inteso come testimonianza storica e culturale del rapporto di relazione con le comunità insediate. Di rilievo, nonché di evidente attualità, appaiono a tal proposito le teorie di Alois Riegl sul valore dei luoghi: «Quello che è stato una volta non può essere di nuovo e tutto ciò che è stato rappresenta l’anello insostituibile e inamovibile di una catena di sviluppo; tutto ciò che è stato dopo è condizionato da ciò che è stato prima».
È questa una monumentalità sacrale, che va perciò gelosamente custodita, protetta e valorizzata, e che rievoca, per certi versi, quella delle famose sequoie gigantesche di Redwood Park, presso Sausalito (sulla cui religiosità di impatto si sofferma in un recente lavoro Luigi Malerba) divenute oggetto di culto e visitate a pagamento sistematicamente da migliaia di turisti, laddove il gruppo più spettacolare di questi alberi viene significativamente definito «the cathedral».
Suggestiva, quanto applicabile al caso in esame, è pure la descrizione della forza di impatto dei monumenti e del loro tempo, sullo spettatore, data da Baudelaire nel 1859: «Attraversate una grande città invecchiata nella civiltà, una di quelle città che contengono gli archivi più importanti della vita universale, e i vostri occhi saranno attirati verso l’alto; infatti sulle piazze pubbliche, agli angoli degli incroci, personaggi immobili, più grandi di quelli che passano ai loro piedi, vi raccontano in un linguaggio muto le pompose leggende della gloria, della guerra, della scienza e del martirio. Anche se foste il più incosciente degli uomini, il più disgraziato o il più vile, mendicante o banchiere, il fantasma di sasso si impadronisce di voi per qualche minuto e vi ordina, in nome del passato, di pensare alle cose che non appartengono alla terra». Qui i monumenti non sono di pietra, né sono morti. Essi sono pachidermi vegetali silenziosi, ma viventi, immersi in un paesaggio agrario invecchiato nella cultura contadina, archivio della vita dei campi, delle tensioni e delle fatiche quotidiane, attraverso le quali le comunità hanno indissolubilmente legato alla terra la propria esistenza. E chiunque dovesse addentrarsi fra questi monumenti, non può non sentirsi impadronito dalla loro forza espressiva, non può non subire il fascino del loro linguaggio, attraverso il quale raccontano la storia del passato.

Le azioni, le opportunità

Il parco agrario degli ulivi può trasformare la difesa degli ulivi secolari nel loro paesaggio, in una formidabile opportunità economica, incrementando la redditività riveniente oggi unicamente dall'attività olivicola: l'ulivo può essere ancor più una risorsa produttiva, ma anche una risorsa ambientale, storica e culturale e perciò turistica. Numerose sono le azioni che l'istituzione del parco può promuovere, per il recupero e la riqualificazione dell'intera area in esame. Indubbi benefici può trarre, innanzitutto, l'olivicoltura da forme di agevolazione e di incentivazione che ne assicurino una maggiore competitività sui relativi mercati di settore.
Il sistema storico «insediativo» delle masserie rurali può assumere poi, in tale contesto, un ruolo di primo piano nella promozione di un turismo sostenibile ed eco-compatibile, attraverso l'offerta di una ricettività che trovi, ad esempio, nell'organizzazione specialistica dei diversi nodi della rete, i suoi maggiori punti di forza. In tale direzione, potranno essere favoriti interventi di adeguamento delle strutture esistenti per una più moderna gestione e una più efficiente conduzione dell'attività olivicola, interventi di recupero e riuso del patrimonio edilizio storico finalizzati alla realizzazione di aziende agrituristiche, centri di formazione e sperimentazione legati alla produzione dell'olio, poli museali della civiltà contadina e dell'ecologia del paesaggio, luoghi di sosta e di accoglienza dell'escursionismo rurale. Nella stessa ottica, potranno essere promossi tutti gli interventi di manutenzione, ripristino, rinaturalizzazione e ampliamento dei lembi di macchia mediterranea ancora esistenti lungo il reticolo delle lame e gli interventi di riqualificazione della viabilità minore e interpoderale, veri e propri sistemi di connessione, sia all'interno del parco, che con gli insediamenti costieri e i centri urbani disposti a margine dell'area in questione. Si potranno così definire gli itinerari degli insediamenti e dei frantoi storici, delle aziende olivicole, della molitura delle olive e della produzione dell'olio, gli itinerari dell'escursionismo pedonale, ciclabile ed equestre, e ancora gli itinerari delle lame e degli Ulivi plurisecolari.
Un altro punto di forza dell'ipotesi progettuale è dato dalla straordinaria diffusione delle piantate di ulivi nell'intera area in esame, pur con qualche zona caratterizzata da maggiore densità e compattezza. Né, per questo, si può pensare alla individuazione di singole parti da tutelare quasi fossero isole incontaminate, messe al riparo da processi economici e sociali e governate da istituzioni separate.
È l'insieme a dare valenza paesaggistica e ambientale all'intera fascia individuata e come tale va protetta e valorizzata. In tal senso, l'intera piana degli ulivi, così come configurata, può rappresentare anche una grande opportunità per ridurre l'enorme pressione antropica che si esercita, soprattutto nei mesi estivi, su tutto il tratto di costa ad essa corrispondente, assorbendo quella parte di domanda maggiormente orientata ad un turismo di tipo storico, culturale ed ambientale, un turismo che cerca, in ambienti rurali e naturali, ritmi diversi da quelli frenetici della vita quotidiana, luoghi idonei per trascorre periodi di relax e riposo.
Lo sviluppo dell'intero comprensorio, in definitiva, può assumere qui una dimensione strategica, connessa a più ampi processi globali, in grado di combinare nel migliore dei modi una molteplicità di fattori, per aumentare il livello di benessere, in un contesto territoriale, come è quello in esame, capace di evolvere in relazione alle dinamiche esterne, per acquistare nuovi vantaggi competitivi.