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Dossier | L'oro verde di Puglia | Sommario
Seguiamo con particolare apprensione, mista a sentimento di solidarietà, le continue ondate migratorie che dai Balcani approdano sulle coste pugliesi.
Sono gruppi etnici che, per sfuggire alla miseria e ad atroci violenze, attraversano il Canale di Otranto, con la speranza di trovare da noi migliori condizioni di vita.
Situazione analoga si è verificata più volte nella storia, a partire dall’XI secolo a.C., ad opera delle stesse etnie che, tramite il Canale di Otranto, dall’Illiria sono penetrate nei nostri territori. Dalla fusione di quelle razze nacque la civiltà della Puglia antica e delle genti che i Greci chiamarono Japigi, distinti successivamente nei Dauni a nord, Peuceti al centro, Messapi nella penisola salentina.
Le popolazioni, divenute stabili, cominciarono a coltivare la terra e, al pari delle altre genti che si affacciavano sul Mediterraneo, curavano in modo particolare gli ulivi. L’olio veniva utilizzato come alimento per condire i cibi, aveva proprietà terapeutiche, era indispensabile per l’illuminazione pubblica e privata, veniva usato quale unguento profumato per ungere il corpo e per la cosmesi.
Ampia testimonianza è data dai numerosi reperti archeologici risalenti all’VIII secolo a.C. Nel III secolo a.C. i Romani denominarono Apulia il territorio costituito dalla Daunia e dalla Peucetia e chiamarono massae, (oggi masserie) quei complessi fortificati che, nel tardo Impero Romano, indicavano gli ammassi di terra coltivati a cereali.
L’Imperatore Federico II, durante la dominazione sveva, fece dell’agro pugliese uno dei pilastri economici dell’Impero; in particolare, nella pianura della Capitanata erano concentrate più di cento masserie, per la contemporanea presenza di fattori climatici favorevoli e della condizione pianeggiante del terreno.
di Giovanni Sinesi
«Olea prima omnium arborum est»
Il primo posto spetta all’ulivo, afferma Giulio Columella, ritenuto nel primo secolo d.C. il più importante tra gli agronomi di quei tempi (De Rustica, V, 8,1) e il Mediterraneo, con la trasmissione del valore universale della civiltà, può ritenersi la patria storica dell’ulivo.
L’intera Puglia è coperta da ulivi. Ve ne sono circa 400 mila ettari. Gli ulivi costituiscono la nostra foresta amazzonica, sono determinanti e concorrono a dare purezza al nostro clima.
Dalle Murge rugose alle coste del Gargano, è una distesa di ulivi che si ripetono a perdita d’occhio; ulivi sempre verdi che cercano l’abbraccio con la costa.
L’ulivo, pur modificato dal tempo e dalle condizioni climatiche, è rimasto sempre presente nei secoli, a testimoniare un’antica civiltà.
Gli 800 chilometri di costa e i 45 milioni di ulivi che vegetano quasi tutto l’anno, con la loro attività di fotosintesi, sono determinanti per ridurre i fattori inquinanti e per conferire all’ambiente una purezza particolare. L’ulivo è una pianta rustica con un apparato radicale accestito, di scarsa penetrazione e vive su terreni aridi e superficiali. Tuttavia ha sfidato i secoli, pur nella modestia delle risorse disponibili. Ma la tecnologia ha cambiato anche il modo di coltivare l’ulivo. La possibilità di perforare il territorio e trovare fonti irrigue nelle antiche cavità carsiche, ha determinato la rinascita degli ulivi in Puglia, recuperando sopite vegetazioni.
La stessa condizione ambientale della Puglia sta cambiando. La Puglia, un tempo arsa e sitibonda, sta lentamente cedendo il posto ad una Puglia più ricca di vegetazione, più ridente e armoniosa.
Le moderne attrezzature meccaniche consentono di rimuovere in profondità i vecchi apparati radicali che, recisi, stimolano le piante ad emettere nuove radici, capaci di assorbire con maggior vigore i principi attivi che la generosa terra di Puglia ci offre.
La disponibilità di risorse (concimi, fertirrigazione, concimazioni foliari) stimola la rinascita di piante che sembravano incapaci di generare nuova vita e le rende naturalmente assurgenti. Si instaura, tra uomo e pianta, una muta e costante osservazione, che tende a conoscere ed individuare le esigenze delle piante ed il modo migliore per soddisfarle. Per ridurre al minimo gli interventi fitosanitari, viene praticata la lotta guidata, mediante la collocazione sulle piante di trappole feromoniche, utilizzando le ghiandole sessuali femminili (feromoni) per la cattura dei maschi adulti e quindi per la verifica del tipo ed entità delle infestazioni.
È mutato anche il modo ed il tempo di concimazione. Non si somministra più in un'unica soluzione (un tempo avveniva dopo il raccolto, cospargendo con il concime il perimetro della pianta), ma si eseguono ripetute microconcimazioni, per via foliare o in fertirrigazione. Si dosano gli interventi per aiutare e seguire la pianta nel processo produttivo, evitando pratiche colturali violente di qualsiasi genere.Anche le potature sono più contenute ed indirizzate prevalentemente a realizzare, nel centro della pianta, un cilindro di luce ed aria, al fine di favorire la vegetazione e la capacità produttiva dell'albero. Nella conduzione, è necessario che le piante ricevano quanto loro serve, considerando il lento ciclo produttivo ed evitando condizioni di stress o inizio di crisi.
Nonostante le attenzioni degli addetti ai lavori, attenzioni suggerite anche dal rispetto e dall’amore per la natura e per l’ambiente, sono atavici i problemi che riguardano l’olivicoltura.
La frammentazione delle imprese olivicole, accentuatasi negli ultimi decenni, non ha favorito l’organizzazione e la capacità produttiva, specie se riferite alla commercializzazione e vendita del prodotto. È necessario, quindi, effettuare una ricomposizione almeno giuridica del territorio (cooperative, associazioni di produttori, consorzi), organizzare la fase della vendita, dare spazio alla ricerca scientifica. Sull’ulivo, dal dopoguerra, non è stata effettuata (al contrario di quanto accaduto nel settore viticolo) una seria e razionale ricerca.
Va curato il coordinamento delle nuove esperienze acquisite, per conseguire una maggiore capacità produttiva ed un miglioramento qualitativo delle produzioni. Occorre, altresì, mediante insistenti campagne promozionali, recuperare e diffondere la conoscenza e la memoria del buon olio, ottimizzare gli interventi, migliorare la nostra capacità di marketing, avviare una concreta attuazione della D.O.P. (Denominazione di Origine Protetta), migliorare la legge del «made in Italy». Non è accettabile, infatti, che si possa definire italiano l’olio ottenuto da olive che siano solo lavorate o trasformate in Italia. Bisogna tener presente, infine, che operiamo in un mercato globale e, quindi, che vi sono produzioni concorrenti (Grecia, Spagna, Nord Africa), con costi di gran lunga inferiori a quelli che gli imprenditori italiani osservano, per un ormai acquisito miglioramento economico degli addetti alla coltivazione. La Spagna, in particolare l’Andalusia, ha un telaio produttivo invidiabile, ha realizzato nuovi impianti per centinaia di chilometri: ha una struttura d’impresa organizzata ed efficiente, per cui riesce a superare ritardi e ad affrontare le problematiche con razionalità e con progetti a lungo termine.
Per essere concorrenziali e presenti sul mercato, è necessario privilegiare la qualità, presentare progetti di sviluppo a lungo termine (business plan), che coinvolgano tutti i soggetti interessati. Progetti complessivi e specifici, per rivitalizzare parte dei 400 mila ettari ad ulivo esistenti in Puglia, che pure rappresentano il 40% della produzione nazionale e il 10% della produzione mondiale.
Si può ancora fare molto se si persegue una volontà comune, se si sta insieme in un’accresciuta dimensione, confrontandoci sui temi
economici e strutturali, per essere protagonisti, o quantomeno partecipi, del grande mercato europeo e mondiale.
Olio di oliva e dieta mediterranea
Percorrendo l’autostrada Adriatica, superato l’Abruzzo, si presenta agli occhi del viaggiatore un’infinita distesa verde per lo più coltivata a cereali: è il Tavoliere delle Puglie, che in primavera sfoggia il suo morbido tappeto. È sufficiente un minimo di brezza e l’enorme distesa di verde si anima, assume forma di onde che si rincorrono, prato in movimento, gioiosa espressione di vita.
Lungo questi antichi itinerari, si svolgeva storicamente anche la transumanza di grandi mandrie bianche di pecore, spinte, nei periodi invernali, dalle montagne abruzzesi alle pianure pugliesi: immagini che lentamente si distanziavano e si ricongiungevano, nell’incessante brucare dell’erba dei tratturi. Vie erbose larghe anche cento metri, considerate autentiche autostrade preistoriche, assi attrezzati pulsanti di vita e di attività varie. La transumanza, nel suo significato pastorale, implicava, con la lenta scansione del tempo, una vita semplice, modestia nei costumi modesti e anche un’alimentazione particolare; l’antica Puglia dei pastori e dei contadini, la Puglia semplice che nel tempo sviluppa una gastronomia elementare, primitiva eppure tanto sofisticata: pasti poveri costituiti da ingredienti naturali, quali pane, olio di oliva, cereali, legumi, verdure selvatiche, ortaggi e frutta. Così un tempo si viveva, così è nata la dieta o alimentazione mediterranea, che alcuni scienziati statunitensi, a distanza di secoli, scoprono e diffondono, quale migliore sistema per superare una condizione alimentare errata.
Gli scienziati, quindi, ripetutamente affermano che l’olio di oliva previene l’infarto miocardico e ha un ruolo protettivo nei riguardi del cancro. Il prof. Antonio Capurso, ordinario di geriatria presso la Facoltà di Medicina di Bari, nel suo pregevole volume (L’olio d’oliva: dal mito alla scienza) ha sostenuto, al pari di altri scienziati, che l’olio di oliva ha mostrato effetti protettivi verso il cancro gastrico e mammarico. Ma, al di là degli effetti salutari, va sottolineato che tutta la cucina pugliese è apprezzata e ricercata nel mondo, anche perché deve il suo particolare sapore alla presenza, quale condimento, dell’olio di oliva. Le nostre verdure, ricche di profumi ed essenze particolari dovuti alla solarità del territorio pugliese, ricevono ulteriore arricchimento e fragranza dall’olio di oliva, al pari delle minestre semplici, contadine, eppure così saporite. Il nostro mangiar bene significa anche vivere bene e ci viene ormai universalmente riconosciuto.
Antiche vocazioni
Conducendo questa rapida carrellata, emerge la considerazione che la Puglia ha necessità di riscoprire la sua antica vocazione contadina, di apprezzare e valorizzare i prodotti della sua terra, trasformati in loco da un’industria agroalimentare organizzata ed efficiente, di incrementare il turismo lungo le sue coste. La condizione solare del nostro clima consente, infatti, l’utilizzazione del nostro territorio per molti mesi all’anno. Per rendere attuale questa capacità evolutiva, occorre dotare il territorio di strutture e infrastrutture moderne ed efficienti (strade, aeroporti, ferrovie). Forme di sviluppo alternative sono state sperimentate in questi ultimi decenni senza grossi risultati, anzi divenuti modesti con il trascorrere del tempo, perché non è possibile modificare ed accrescere la condizione del popolo, ignorando la sua storia, il suo vissuto, gli antichi costumi, le peculiari condizioni culturali ed economiche.
Pensare di poter trasformare la Puglia in un’avanzata regione industriale, realizzando un centro siderurgico o un polo di industrie chimiche, costituisce un errore grossolano. Non si può ignorare che una civiltà pastorale e contadina dalle profonde radici, non poteva essere immediatamente trasformata in un bacino industriale pari a quanto accaduto nel nord. Con passaggi graduali e calibrati, occorreva formare quelle genti, affinché divenissero imprenditori (o associati) nei settori della trasformazione, della confezione di prodotti finiti e dell’industria agroalimentare. In tal modo avremmo conferito valore aggiunto al settore primario e consentito una più agevole trasformazione della imprenditoria meridionale. Imprenditoria che andava conservata e migliorata, perché poteva rappresentare un buon punto di partenza per costituire una sana e capace classe dirigente.