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Dossier | L'oro verde di Puglia | Sommario
I due accenni di più antica data sugli ulivi, nelle regioni che si affacciano sul Mediterraneo, sono senza dubbio quello della Bibbia e dell’Odissea. La Bibbia racconta di Noè che, ancor chiuso nell’arca, libera una colomba per accertarsi sulla fine del diluvio e quella torna, portando un rametto d’ulivo in bocca (ramum olivae virentibus foliis in ore suo), simbolo di pace. L’Odissea racconta di Ulisse, giunto naufrago nell’isola dei Feaci: scorge sulla costa un grosso cespo di ulivo, così fogliuto e dai rami così intrecciati, che può nascondersi sotto gli stessi e prepararsi un comodo giaciglio con l’abbondanza delle sue foglie: qui si tratta di ulivo cresciuto allo stato naturale, con massa di cespugli come si vedevano a Stromboli ancora qualche decina d’anni addietro. Solo la mano dell’uomo taglia i polloni e fa crescere in altezza la pianta mediante la potatura.
Questo tipo d’ulivo naturale veniva onorato in Atene, sull’Acropoli, mantenuto nei suoi rinnovabili germogli, come pianta sacra creata dalla dea Pallade Athenà, protettrice della pace: un recinto la difendeva, il Pandroseo, simbolo della prima origine della città (Athenae tuae sempiternam in arce oleam tenere potuerunt). Nell’Attica non era lecito sradicare gli ulivi: anche se colpiti da vecchiaia, i vecchi tronchi erano rispettati come ulivi sacri, difesi dalla legge. Si capisce come Teofrasto, pur conoscendo la presenza di ulivi in Italia, quasi a difesa della primogenitura greca, annotava che gli ulivi italiani non risalissero a vecchia data, e solo al 314 a.C. sarebbe apparso il primo ulivo su suolo italiano. Al contrario Fenestella, autore latino vissuto nei primi decenni dell’era cristiana, assicurava che, già all’epoca di re Tarquinio Prisco (VI sec. a.C.), esistevano ulivi non solo in Italia, ma anche in Gallia e in Spagna. E sembra aver ragione: Virgilio, che in genere si mostra bene informato sulla storia antica dell’Italia, ricorda l’ulivo selvatico (oleaster) nell’agro di Laurento, dove i naufraghi che si salvavano a nuoto al tempo di Enea (XII sec. a.C.) solevano appendere i loro vestiti, consacrandoli alla divinità.
di Vito A. Sirago
Dunque, l’ulivo doveva nascere spontaneamente da secoli remoti in tutte le località temperate del Mediterraneo. Probabilmente era sconosciuto o poco adoperato l’uso di condire gli alimenti con l’olio: i primi segni sicuri risalgono all’incirca al II sec. a.C., dopo la conquista dell’Italia Meridionale e lo stretto contatto con le città greche del Mare Ionio. Nel 249 è riportato il primo prezzo trattato sui mercati dell’olio e la prima distribuzione pubblica fu compiuta nel 212 a.C., mentre Annibale imperversava in Italia, proprio per sollevare gli spiriti abbattuti; in particolare, vennero distribuiti a Roma 100 congii di olio in vicos singulos, cioè circa 300 litri nei singoli rioni.
Il che dovette rappresentare una speciale leccornia di sollievo. Passata la furia annibalica, i terreni laziali e campani, controllati dai Romani, subirono una trasformazione totale; era avvenuto l’accorpamento ed ora c’era sul mercato un’abbondante offerta schiavile e i terreni da seminativi furono trasformati in frutteti. Ci fu un nuovo appoderamento, lo sfruttamento del terreno cambiò scopo, da fonte di sostentamento assunse scopi industriali: doveva produrre prodotti unici, destinati all’esportazione. Quindi furono estesi dapprima i vigneti, subito dopo, gli oliveti. Catone, che scriveva fra 170 e 160 a.C., si sofferma su queste due colture, concependo, come masseria auspicabile, quella impiantata per l’oliveto, su un’estensione di 240 iugeri (circa 60 ettari) affidata al lavoro d’una squadra schiavile composta da 12 persone (undici più villicus e villica). Catone conosce bene i lavori campestri e l’attrezzatura necessaria: troviamo nel suo «De Agricultura» insegnamenti precisi, sulla disposizione delle talee, sulla concimazione, sugli innesti, sia a spacco che sotto la corteccia, sulla potatura, sulla macinazione, sulla raccolta delle olive e sui cesti preparati in anticipo, sui trappeti, sul cui allestimento e consistenza abbiamo una ampia descrizione, sulla raccolta delle olive, sulla conservazione dell’olio prima raccolto nel labrum (tino), poi travasato nel dolium (giara di creta). Catone ha idee precise su ogni argomento. Per esempio, non solo conosce bene la potatura, ma fissa una buona data d’esecuzione: a partire dal quindicesimo giorno prima dell’equinozio di primavera, cioè dal 6 marzo.
Se si pensa poi che, un secolo e mezzo dopo, Virgilio scrive chiaramente che l’ulivo non ha bisogno di potatura, bisogna ammettere che le cognizioni di Catone rispondono a una conoscenza molto più precisa. Si deve ammettere l’influenza, nella cultura agraria romana, di un celebre agronomo cartaginese, il famoso Magone, che scriveva nei primi decenni del II sec. a.C. dopo la II guerra Punica; firmò una grande opera, di ben 28 volumina, molto apprezzata nel mondo greco e romano.
A Roma si pensò subito di tradurli in latino, affidando il lavoro a una commissione di dotti, capeggiati da Decimo Silano, uomo dottissimo del suo tempo. E quando nel 146 a.C. i Romani distrussero Cartagine, si preoccuparono di salvare l'opera di Magone, degna di grande rispetto. Da Magone, che raccoglieva l'esperienza agraria cartaginese, deve aver attinto Catone, che, come tanti altri Romani, conosceva la produzione degli odiati rivali.
Così avviata nel mondo romano, l'olivicoltura ebbe in breve uno straordinario sviluppo. Intanto si emanava a Roma una legge protezionistica: vietava impianto di oliveti fuori d'Italia. In Italia nei primi decenni del I sec. a.C. si raggiungeva un alto livello di produzione: nel 74 a.C. M. Seio, edile curule, faceva vendere liberamente, sul mercato romano, a un solo asse, ben 10 libre di olio; 22 anni dopo, Pompeo, consul sine collega, vedeva l'esportazione libera dell'olio dall'Italia verso le province. Sotto Augusto si estendevano le aree coltivate ad ulivo, è ricordata la propagazione degli ulivi sui costoni del Monte Taburno, che si affacciano sulla Valle Telesina: olea magnum vestire Taburnum. In quel tempo ormai olio e olive avevano largo consumo, le olive conservate in vari modi, soprattutto mediante salagione e l'olio come condimento di verdure (cavoli e cicorie) e di legumi (fave, ceci, piselli e lenticchie; non i fagioli, d'origine egizia).

In Puglia, all'epoca di Augusto, l'olivicoltura è bene sviluppata, possiamo dire, in tutto il suo territorio. Questo tema è stato ormai affrontato e sviluppato da diversi studiosi: per ricordare soltanto qualcuno, citiamo H. Schafer-Schuchardt, il cui saggio «L'oliva, la grande storia d'un piccolo frutto» fu pubblicato a Bari nel 1988, e Giuliano Volpe, autore d'un saggio limitato alla Puglia superiore, «La Daunia nell'età della romanizzazione» (Bari 1990). Tanti altri si sono impegnati nella ricerca, ognuno apportando nuovi contributi. In genere, possiamo distinguere: a) testimonianze letterarie; b) testimonianze archeologiche; c) resti di ceramica.

A. Nell'ode 2, 6, 15-16 Orazio, nell'esprimere il suo desiderio di trascorrere la vecchiaia nella località più bella da lui conosciuta, indica l'agro Tarantino, di cui esalta il clima e i prodotti alimentari. Tra l'altro, ricorda l'olio, così eccellente da poter gareggiare con quello di Venafro, ritenuto il migliore d'Italia: viridique certat/baca Venafro. L'olio di Venafro è celebrato da diverse fonti, sia dallo stesso Orazio che dal contemporaneo Terenzio Varrone: vi si produceva l'olio «Liciniano», ricordato con alto gradimento anche da Plinio il Vecchio. L'agro Tarantino dunque produceva, oltre ad alimenti eccellenti come mandorle, fichi e miele, anche olio di prima qualità. Sarà stata, può supporsi, una coltivazione di lunga durata e si può sospettare che i Tarantini, coloni provenuti da Sparta, abbiano portato in Italia la loro esperienza greca. Difatti nel Salento c'era un'altra oliva rinomata, detta proprio «Salentina», che può entrare nell'affermazione generica fatta in forma retorica da Dionigi di Alicarnasso: «a quale terra coltivata a ulivi sono inferiori i campi dei Messapi, dei Dauni e dei Sabini?». Il Salento, dunque, contemporaneamente a Taranto, aveva i suoi uliveti e produceva olio rinomato, ben noto sui mercati romani, i più forniti dell'Italia augustea. È singolare l'accenno di Varrone agli asini del Salento che portano olio al mare: «si formano quasi greggi di mercanti, come avviene nel Brindisino o in Puglia, dove su asini a basto, trasportano al mare olio o vino o anche frumento o altro». Naturalmente, si tratta di trasporto di derrate destinate all'esportazione: la produzione dei centri interni veniva convogliata a schiena d'asino nei porti d'imbarco, diretta ai mercati lontani, di facile e lucroso smercio.
Questa notizia è stata avvalorata nel 1969 quando è stata rinvenuta nel Golfo di Lione, presso Marsiglia - poco avanti la foce del Rodano - la carcassa d'una nave ivi naufragata, proveniente proprio da Brindisi, di proprietà d'un armatore brindisino, M. Tuccius Galeo, personaggio già noto dalle Lettere di Cicerone. La nave era affondata con tutto il carico; esaminati gli oggetti trasportati, si sono scorte le anfore di prodotti salentini, vino ed olio, e di manufatti Puteolani, i pani di caeruleum delle fabbriche di Vestorio, industriale di Pozzuoli. È evidente che la nave, partita dal porto di Brindisi carica dei prodotti alimentari del posto, si sarà fermata nel porto di Pozzuoli per caricare i pani del famoso colorante - sul celestino - e avrà proseguito la rotta verso Marsiglia. Non giunse a destinazione: colta dalla tempesta o altro accidente, s'inabissò. E così ha potuto mostrare a noi, dopo 20 secoli, le merci d'esportazione del territorio brindisino, confermando il quadro delle testimonianze letterarie.

B. La nave naufragata alle foci del Rodano ci ha già introdotti nel campo archeologico. Per quanto riguarda la sola Daunia, Giuliano Volpe può documentare un’ampia serie di reperti attinenti ai trappeti, sia nella costruzione, descritta da Catone, sia nelle vasche di spremitura. La loro presenza dimostra chiaramente la lavorazione dell’olio, in quelle località, che non proviene da olive importate - nel mondo antico fu sempre difficile il trasporto - ma da produzione locale.
Pertanto tali reperti si ritrovano a Luceria (fattoria Nocelli), a Posta Crusta, a Ordona, a Villa Giannotti, a San Ferdinando; torcularia si ritrovano ad Agnuli, a Mattinata; un trapetum a Piano di Carpino, e così via. I reperti nominati mostrano la presenza dell’olivicultura per largo tratto della Puglia, anche in territorio, come la Daunia, in genere trascurata dalle testimonianze letterarie.

C.
L'argomento delle anfore è di vasta portata. Esiste un'ampia documentazione, che indica non solo le località, ma anche gli artisti che si sono impegnati nella loro fattura. Ovviamente, queste anfore non sono tutte destinate all'olio: una buona parte era adibita al trasporto dei vini. Anche perché esisteva un intenso commercio tra la Sila in Bruttium, che offriva una resina pregiata, e il mercato di Taranto: la resina serviva ad otturare le anfore destinate al trasporto. Giunta a Taranto, la resina bruttia proseguiva per Brindisi; perciò nei due porti, di Taranto e di Brindisi, si svolgeva una febbrile attività, per allestire le anfore e caricarle sui «naviglia».
Anzi, non va dimenticato che il porto di Brindisi, gestito da ex coloni romani, era senza dubbio in più febbrile attività, data la maggiore possibilità dei commercianti latini d’intendersi coi loro affini della stessa origine. Brindisi era legata a tutti i porti dell’Adriatico e manteneva stretti rapporti con Puteoli, abitata da ex coloni romani, cioè della stessa origine brindisina. Naturalmente le anfore si preparavano lungo la costa per il carico imminente. Abbiamo visto che la produzione interna giungeva alla costa mediante trasporto a schiena d’asino, e qui i loro otri dovevano versarsi sulle anfore disponibili, da caricare sulla nave. Nelle località costiere si trovano fabbriche che spesso recano il nome dei proprietari e dei loro lavoranti: ad Apani (Brindisi) proprietario un C. Aninias, un Apuleius, un Lentulus, un Vehilius; a Felline (Alliste) un Allius Dionysius e un Pullius; a Giancola un M. Claudius, un Sylla, un Visellius. Insomma l’attività olearia nel Salento è ben documentata.
Per Terra di Bari c’è un indizio di probabilità. Marziale cita ben due volte il nome di Bitonto, con atteggiamento sprezzante: aggiunge ch’egli preferisce i nomi, che suonano barbarici, dei paesi della sua contrada spagnuola, a quello di Bitonto. Marziale, ispanico di nascita, conosce direttamente, in Italia, Roma o Ravenna, dove soggiornò per qualche tempo; del resto non sa nulla. Come è arrivato al suo orecchio il nome di Bitonto? Vi passava la Via Minucia, già attraversata da Orazio nel 37 a.C., non c’era ancora la Traiana; quindi doveva essere un nome poco noto geograficamente, del tutto sconosciuto a un forestiero. Eppure Marziale lo cita con precisione. Non resta da dedurre che quel nome doveva essere conosciuto a Roma perché presente sul mercato. Cioè spunterebbe l’olio di Bitonto, piccolo centro, che doveva mandare olio pregiato al mercato romano, tanto da essere noto e ripetuto dall’ispanico Marziale.
Infine, per completare lo sguardo sull’oliva e sull’olio nel mondo romano, bisogna ricordare l’aspetto medicinale, da non confondere con gli oli di semi di cui esisteva un vistoso commercio adibito all’illuminazione; gran parte di questi oli di semi provenivano dall’Egitto. Se ne faceva un notevole smercio, dato il grande uso e consumo per l’illuminazione notturna. A Roma si distingueva l’oleum diurnum, per condire le minestre, e l’oleum nocturnum per illuminazione. Ma l’oleum diurnum era adibito come medicinale in varie occasioni. Plinio vi dedica vari capitoli: si utilizzava non solo il frutto, ma tutto quanto riguardasse pianta, frutto e ricavato. «Le sue foglie sono estremamente cicatrizzanti, depurative e astringenti: …curano le parti cauterizzate dai medici, le infiammazioni delle gengive, i paterecci, le ulcere infette e putrescenti». A scopo medicinale si adoperava il fiore: bruciato, la sua cenere surrogava lo spodio, ossido di zinco.
Virtù terapeutiche anche nelle olive: le olive bianche giovano allo stomaco, l’oliva nera giova più al ventre: entrambe, pestate e applicate, giovano alle bruciature. Ma grande applicazione pratica è riconosciuta alla morchia. Come medicinale, è un toccasana per le gengive, le ulcerazioni della bocca e, come impacco, per il fuoco sacro, i geloni, ma bisogna prima bollirla; se invecchiata, cura le fistole e, cotta coi lupini, guarisce la scabbia delle bestie da soma. La morchia cruda invece è indicata per la gotta. L’olio e le olive, dunque, non erano richiesti solo per alimento.